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Quando a Venezia si andava a cavallo

Una città tutta case – Leggende e miti sulla fondazione di Venezia – Spazi verdi a lungo sfruttati per allevare animali o coltivazioni - La fuga dalla terraferma – I cavalli a Venezia dipinti a tinte vivaci – Il verde arretra con l’aumento della popolazione – Il “brolo”
del 25/03/22 -

Una cosa che balza subito agli occhi vistando Venezia è la mancanza di spazi verdi. Credo che l’area più estesa siano i giardini pubblici napoleonici, detti anche della Biennale, cioè la Esposizione Internazionale d'Arte di Venezia, ubicati nel sestiere di Castello. Per il resto la città è tutta case e palazzi … e che palazzi! Ma non è sempre stato così.

Le origini di Venezia tra evangelisti, apostoli, carpentieri e consoli
Per la tradizione, probabilmente basata su una leggenda, la nascita di Venezia sarebbe avvenuta il 25 marzo 421 d.C. con la consacrazione della Chiesa di San Giacomo, da parte di quattro famiglie patrizie definite dalla storia “Evangeliste”: Giustinian, Corner, Bragadin e Bembo. Queste, insieme a dodici cosiddette “Apostoliche” e altre otto “Tribunizie”, avrebbero formato il ristretto gruppo delle “case vecchie”, o “longhi”, cioè i casati di più antica nobiltà. È evidente l’accostamento alla storia della Chiesa, fondata su dodici apostoli e propugnata da quattro evangelisti.

C’è anche chi sostiene che la chiesa di San Giacomo sia stata principiata per il voto di un carpentiere, tale Candioto o Eutinopo, che si sarebbe rivolto al santo per domare un grave incendio. Secondo un’altra tradizione, invece, la città sarebbe nata quando tre consoli padovani avrebbero guidato la popolazione, in fuga davanti ad Attila, sull'isola detta Rivus Altus o Riva Alta, nel senso di “canale profondo”, quella che sarebbe diventata poi Rialto.

Tradizione e leggende a parte, possiamo immaginare come costoro, insieme alla vita, abbiano messo in salvo anche i propri beni, ivi compresi gli animali, trovando nella laguna un habitat verdeggiante adatto ad allevarli.

Il capodanno veneziano
Tuttavia studi approfonditi hanno stabilito che San Giacomo è di epoca più tarda ed è storicamente provato che, insieme ai fuggiaschi su Rivo Alto, altri gruppi provenienti da diverse città si sarebbero messi al sicuro su altre isole, creando nuovi nuclei, come la vicina Olivòlo, cosiddetta forse per le coltivazioni di ulivi o per la forma dell’isolotto. Non erano i primi perché la laguna, sebbene in modo sparso, era stata abitata da sempre. Allora, più che Rialto, erano importanti gli insediamenti di Torcélo, Ammiana, Grado, Eracliana, Equilio, Chioggia, Metamaucum, oggi Malamocco, identificata poi come sede vescovile e residenza dei primi dogi.
Fatto sta che quel 25 marzo era rimasto come il natale di Venezia, marzo il primo mese dell’anno nel calendario veneziano e le date sui documenti erano seguite dall’abbreviazione m.v., “more veneto”, cioè secondo il costume dei Veneti.

“Campi”, “campielli” e cavalli colorati
Quindi per secoli tra un insediamento e l’altro la laguna aveva conservato ampi spazi verdi. Fino al Medioevo si erano coltivati orti e campi, bestiame grosso e minuto era stato allevato in stalle e corti, si era vendemmiato, andati a caccia e a cavallo. Poi gli spostamenti in barca, più agevoli rispetto a quelli terrestri, prenderanno il sopravvento, soprattutto nel centro urbano che era andato via via formandosi. Non a caso le piazze di Venezia secondo la grandezza sono state chiamate “campi” o “campielli” perché nei tempi antichi erano destinati a pascolo per gli animali più grossi, al razzolare di polli e altri pennuti, o coltivate a ortaglie.
Per lungi anni i patrizi in occasione delle riunioni del Maggior Consiglio raggiungevano Palazzo Ducale in sella ai propri destrieri, convocati da suono di una campana del campanile di San Marco, la “trottiera”, un nome che dice tutto. Cavalcare in città era per lo più favorito da calli e campi non selciati, ponti senza scalini, molto simili a passerelle, alcuni dette “tole”, cioè levati, perché venivano rimossi all’occorrenza per favorire il transito delle imbarcazioni.

Il litorale a nord della laguna aveva ospitato allevamenti equini, tanto da affibbiargli il nome di Cavallino, mentre il Ponte della Paglia, tra i sestieri di San Marco e di Castello, deve il suo nome allo scarico di questa utilizzata per le stalle all’interno della corte di Palazzo Ducale, ma anche per i giacigli delle prigioni poste fino al 1605 sotto il palazzo medesimo. Dalle parti di Campo SS. Giovanni e Paolo fino al ‘700 resistette un maneggio coperto, la Cavallerizza.
Era in voga l’usanza di dipingere i quadrupedi con colori vivaci, in particolare di arancione grazie ai pigmenti di una pianta proveniente dall’isola di Cipro, mentre la rifinitura delle bardature costituiva un vanto per gli aristocratici. Il Petrarca nel 1362 aveva definito i veneziani “cavalieri”, ma in seguito “cavalcare alla veneziana” era rimasto a indicare una persona poco pratica di maneggio, visto che gli abitanti della Serenissima non avevano spazi per esercitarsi.

Divieto di circolazione
Nel frattempo, oltre al lezzo e alla sporcizia, era diventato talmente caotico e pericoloso spostarsi in groppa ad animali in una città dagli spazi sempre più ristretti che si era dovuto correre ai ripari.
Nel 1287 era stato proibito cavalcare dalle Mercerie fino a piazza San Marco, esentando dal divieto i forestieri per facilitare i mercanti venuti da fuori a raggiungere il cuore commerciale della città. Si dice che l’ultimo “cavaliere” sia stato un funzionario disonesto, condannato a passare in quella zona su un asino e con un paio di corna in testa, alla berlina un po’ come si usava allora con gli eretici.
Quattro anni dopo si era ingiunto a chi provenisse da Rialto di legare gli animali a un legno da stallo in campo San Salvator e proseguire a piedi verso la piazza. Si dice ci fosse pure una tassa da pagare.
Proibito in tutta la città l’uso di cavalcature prive di sonagli, asini e muli compresi. In seguito l’uso degli animali da soma cesserà nel corso del Rinascimento anche per l’aumento del numero dei ponti ad arco, quindi con scalini, e delle calli selciate.

Il “brolo”
Ancora nel Rinascimento il verde era abbastanza diffuso grazie alle ortaglie dei conventi e ai giardini privati. In piazza San Marco erano sopravvissuti avanzi di vigne insieme a un deposito di immondizie e a una latrina pubblica, tutto spazzato via nel 1504.
A una zona di questa che è l’unica piazza di Venezia a fregiarsi di tale titolo, era rimasto cucito il nome di “brolo”, termine derivante dal latino “brolus”, vale a dire orto, giardino, retaggio di quando era occupata dagli orti delle suore del convento di San Zaccaria.
Il “brolo” era diventato un luogo simbolico della politica veneziana: qui si presentavano i candidati alle varie cariche, i giovani che entravano per la prima volta nel Maggior Consiglio, le famiglie stringevano alleanze politiche, accordi economici, matrimoniali e altro ancora. Qui i voti dei patrizi poveracci, i cosiddetti “barnabotti” dal nome della contrada di Santa Barnaba dove lo stato assegnava loro delle casette per levarli dalla strada, trovavano compratori in altri patrizi più agiati che si garantivano così il sostegno per una carica o per una proposta di legge. Cosicché da “brolo”, quale luogo di mercimonio del voto, deriva l’odierno “broglio” nel senso di broglio elettorale.

La resa
Insieme alla scomparsa dei quadrupedi e all’incalzare dell’edilizia per dare alloggio a una popolazione in forte crescita, piano piano gli spazi verdi si erano andati assottigliando.
Giusto per fare un esempio, nel 1563 Venezia con i suoi 170 mila abitanti era la terza città d’Europa dopo Parigi e Napoli che alla fine del secolo ne contavano oltre 200 mila. Poi la peste, tra il 1575 e il 1577, aveva ridotto drasticamente il numero, tanto che una decina d’anni dopo si erano censiti 148.627 abitanti.
Il verde aveva resistito strenuamente nelle vicinanze dell’Arsenale, dov’era proibito costruire per ragioni di sicurezza, e nei “terreni vacui”, cioè liberi, come quelli sulla sponda detta “rovescio della Giudecca”. Anche attorno alle aree adibite a depositi di legname, ai campi per il gioco della palla e della racchetta e nei pressi dei poligoni di tiro, con l’arco e la balestra prima, con archibugi e pistole dopo.
Poi pian piano la resa era stato il mesto destino per la gran parte di questi ultimi baluardi ecologici, per non dire tutti quelli nei pressi e dentro l’agglomerato urbano. È andata meglio ai giardini privati.



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