Testo pubblicato il 15/03/10 da Yuri Leveratto
Le cronache di Yuri Leveratto attraverso Paraguay e Bolivia.
Il mio viaggio verso La Paz ha avuto inizio da Foz de Iguaçù, in Brasile. Dopo aver visitato le meravigliose cascate del Rio Iguaçú, (affluente del Paraná), sia dalla parte brasiliana che da quella argentina, ho deciso di lasciare il Brasile, per entrare in Paraguay.
Dopo aver affettuato le pratiche di uscita dal Brasile ho camminato lungo l’alto ponte sul Rio Paranà. Davanti a me c’era Ciudad de l’Este, mentre alle mie spalle, il Brasile, il gigante. Mi sono un pò emozionato lasciando il Brasile, paese che mi è entrato nel sangue, nelle ossa, a partire dal mio primo viaggio in Amazzonia, nel lontano 1989.
Entrando in Paraguay mi sono reso subito conto che l’economia di Ciudad de l’Este è basata su vari centri commerciali dove si vende di tutto a basso prezzo, specialmente articoli elettronici provenienti dalla Cina. Ci sono inoltre molte case da giuoco, dove i turisti brasiliani tentano la fortuna.
Non appena sono entrato in un mini-market mi sono reso conto della differenza di prezzo rispetto al Brasile. Ormai il colosso del Sud America è diventato un paese caro, quasi come l’Europa, mentre in Paraguay, la cui moneta è il Guaraní, i prezzi sono ancora bassi, al livello del Perú o della Colombia (eccetto i taxi, cari come in Brasile).
L’indomani ho proseguito il viaggio per la capitale del Paraguay, Asunción. E’ un viaggio in autobus non particolarmente lungo, di circa 6 ore, ma la martellante musica paraguagia sempre al massimo volume all’interno del bus, non ha reso il tragitto particolarmente piacevole.
Sono giunto ad Asunción in un torrido pomeriggio domenicale. Il centro della città era completamente deserto e non c’era un’anima viva in giro. Ho girato a vuoto per circa un’ora sotto il sole cocente, ma alla fine sono riuscito a trovare un hotel non lontano dal vecchio porto sul Rio Paraguay. La colonnina di mercurio era fissa sui 44 gradi e l’umidità era prossima al 100%.
L’hotel dove alloggiavo era in stile coloniale decadente, con grandi lampadari polverosi e pesanti tappeti persiani. Nell’atrio, accanto ad un grande specchio, vi era una gigantografia di Alfredo Stroessner, il dittatore che tenne il paese in scacco fino per ben 35 anni, fino al 1989.
L’indomani, di lunedì, il centro della città era animato, con centinaia di venditori di frutta e gassosa, noccioline e caramelle, oltre ai sciu-scià, e agli inmancabili strilloni, venditori di giornali, cambisti e “llamadores de buses”, ovvero ragazzi che trovano clienti di bus urbani e quindi ottengono una piccola mancia dai bigliettai…proprio così, in Sud America ci si guadagna da vivere in tutti i modi.
Qua e la ho notato vari indigeni Guaraní, alcuni elemosinando, ma la maggioranza vendendo il loro interesante artigianato.
Nelle strade, oltre agli assordanti autobus urbani, caracollanti, scassati e arrugginiti, si notano lussuosi e scintillanti SUV giapponesi, oltre a Porsche e Mercedes. Da dove viene questa sfacciata ricchezza contrapposta alla stridente povertà della maggioranza della gente?
Il realtà il Paraguay, che ha il terzultimo reddito pro-capite più basso del continente, (davanti a Bolivia e Guayana, fanalini di coda), è un paese dai forti contrasti. Anche se ha raggiunto l’autosufficenza energetica, con la costruzione dell’enorme diga di Itaipú sul Rio Paraná, è un paese dominato da poche famiglie, che controllano enormi territori, adibiti a pascoli o agricultura. Non ha idrocarburi, ed è per questo che la benzina è cara, e ciò si ripercuote ad esempio sullo sproporzionato costo dei taxi.
Il Paraguay è inoltre l’unico paese sud-americano dove anche la popolazione non indigena parla una lingua indigena (il Guaraní). La maggioranza Della popolazione è infatti bilingüe (parla Guaraní e Spagnolo).
L’indomani ho deciso di continuare il viaggio verso la Bolivia. Alle 8 di sera mi sono imbarcato su un traballante autobus che fa la linea internazionale Asunción-Santa Cruz de la Sierra.
Era il tipo pullman che si vedeva in Italia negli anni 70’, con sedili in simil-pelle marron e finestrini regolabili. Dopo la nottata, passata in un constante dormiveglia, l’autobus si è formato all’alba, nel mezzo di un immenso e desolato tavolato, per un controllo di polizia.
Quindi abbiamo avanzato per tutta la mattinata nel “Chaco”, paraguagio, particolare ecosistema che si estende, oltre che in Paraguay, anche in Bolivia e in Argentina.
Dopo aver attraversato la frontiera con la Bolivia, abbiamo continuato ad avanzare per circa 6 ore attraverso il Chaco boliviano, per giungere finalmente a Santa Cruz in serata.
Santa Cruz è la città più popolosa e più ricca della Bolivia, ed è un centro importante sia dal punto di vista degli idrocarburi, che da quello dell’allevamento. Il centro città è piacevole, con degli edifici bianchi in stile coloniale e ampi portici dove camminare, acquistare, scambiare due parole con la gente.
In Bolivia molti degli abitanti dei tre enormi dipartimenti amazzonici (Santa Cruz, Beni e Pando), sono in disaccordo con il governo centrale di La Paz, che si sta rapidamente dirigendo verso una specie di socialismo andino (ovvero con un occhio alla vita comunitaria, tipica degli antichi villaggi quechua e aymara). I proprietari terrieri amazzonici non vedono di buon occhio le riforme che potrebbero presto essere adottate, come fossero spade di Damocle appese alle loro teste.
Ho passato un giorno a Santa Cruz, per riposarmi dopo la lunga traversata attraverso il Chaco. Il giorno successivo ho viaggiato a Cochabamba, un tragitto di circa nove ore, attraversando gran parte della conca amazzonica boliviana per giungere, attraversando la cosidetta “seja de selva”, alle pendici delle Ande.
Quando l’autobus incominciò a salire inerpicandosi sulla catena montuosa più lunga del mondo, mi sono sentito felice, perché sapevo di tornare presto a vedere l’altopiano andino, uno dei luoghi più belli al mondo, con il suo lago, il Titicaca.
A Cochabamba mi sono fermato solo una notte, nelle vicinanze della stazione degli autobus.
Per quello che ho visto è una grande città, situata a 2570 metri d’altezza, crocevia della maggioranza dei percorsi stradali attraverso il paese.
L’indomani ho proseguito per La Paz. Durante il viaggio, di circa otto ore, s’intravedono paesaggi stupendi. L’autobus avanza lentamente, salendo dai 2570 ai 4000 metri dell’altopiano andino. Quando sono giunto nelle vicinanze di El Alto, la periferia di La Paz, dove si trova anche l’areoporto internazionale, ho scorto in lontananza la possente montagna Illimani, di ben 6452 metri d’altezza sul livello del mare.
Dopo una breve sosta a El Alto, l’autobus ha proseguito per La Paz che è situata 350 metri più in basso, in una conca non molto estesa.
Scendendo verso La Paz si notano grandi quartieri di casupole di fango secco, senza servizi basici nè acqua corrente. Purtroppo questa situazione di degrado urbano persiste già da molti anni, e per ora non si è riusciti a risolvere questo problema.
La Paz, che è sede del governo e del potere legislativo (il potere giudiziario ha sede nell’altra capitale, Sucre), è situata a 3650 metri d’altezza, ed è quindi la capitale più alta del mondo.
Dopo essermi sistemato un un piccolo hotel del centro, ho subito fatto un giro per la città, immergendomi nei mercatini dove si vende di tutto e respirando l’atmosfera andina, fatta di musica, odori e sapori, come si sente anche in altre città, come per esempio a Puno e a Cusco. La Paz è realmente il centro della cultura andina, l’ombelico dell’intero Sud America. Camminando per le vie della città si ascoltano le incessanti urla dei venditori: choclo con queso! papa rellena! canchita serrana! (mais bollito con formaggio, patate bollite farcite con carne, mais tostato della Sierra).
La Bolivia è uno Stato pluri-nazionale, ovverosia conformato da più etnie. Le più numerose sono i Colla, ma vi sono anche indigeni di idioma quechua e guaraní.
A La Paz, l’etnia dominante è la Colla, grupo indigeno di lingua aymara. Le donne si riconoscono per la tipica bombetta in stile inglese, e gli uomini per l’onnipresente bolo di coca che tengono nella bocca, che viene usata per combattere il malessere causato dall’altura e per dare più forza.
Ho camminato per le strette vie della città vecchia, nella zona attigua alla Plaza Murillo, dove c’è il palazzo del Governo e dell’Assemblea Legislativa. Molto bella e caratteristica e la Calle Jaen, in tipico stile coloniale spagnolo.
Parlando con la gente mi sono reso conto che oggi la Bolivia sta sperimentando un camino nuovo. Dopo anni di sudditanza agli Stati Uniti d’America, nel paese si tenta oggi di trovare una linea politica ed economica autonoma. A mio parere in Bolivia ci sono le potenzialità per fare formazione tecnica e industriale e per incentivare produzioni agricole locali come quinua, maca e mais, ma se il paese entra nell’orbita di un altro Stato, come già sta facendo, commette lo stesso errore.
Deve trovare il suo cammino con le sue forze, valorizzando le immense ricchezze paesaggistiche, storiche e naturali che possiede, e investendo sulla formazione, oltreché incentivando la cultura locale che deve essere vista come positiva e non appartenente al passato.
Link: La Paz