L’insostenibile leggerezza del Colore

October 16 2017
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Il colore: essenziale per dar vita ad un'opera d'arte. Eppure non tutti sanno cosa sia effettivamente il colore...

Sul colore si è scritto molto e filosofeggiato tanto, basti prendere Goethe come esempio (“La teoria dei Colori”). Entrando in una qualsiasi libreria è facile imbattersi in libri, antichi o contemporanei, che trattino dell’argomento…ma perché il colore desta così tanto interesse?

I motivi sono senz’altro vari e disparati ma, a parer mio, uno dei principali è quello relativo alla intrinseca difficoltà che risiede nel quantificare oggettivamente un colore; in poche parole,
il colore è una sensazione soggettiva, alla stregua del sentire caldo o freddo.

All’interno dei nostri occhi vi sono delle strutture particolari che permettono la visione del colore (per i dettagli rimandiamo a testi specialistici) ma la sua percezione risulta comunque molto personale. È possibile che se volete ritinteggiare casa e chiedete un bel “azzurro cielo”, vi dipingano le pareti di blu e voi non potrete far altro che constatare che anche quello è un “azzurro cielo”.

Per sopperire a questo problema, la scienza ha fatto affidamento alla colorimetria, ovvero a tutte quelle analisi che possono dire oggettivamente “quanto colore è un colore”. La maggior parte dei sistemi che risolvono questo annoso problema si basano sui tre colori primari additivi : rosso, verde e blu (RGB: red, green, blue). Persino quando disegnate con Paint, il vostro computer si basa su questo sistema. Successivamente, sono state standardizzate due metodologie per la definizione sistematica del colore: Munsell e CIE L*a*b.

Dunque, ad oggi è possibile dire con esattezza quale colore si è usato e quanto “rosso” è un rosso.
Nella pre-industrializzazione, i colori utilizzati erano limitati ad una cerchia più o meno grande di pigmenti e coloranti naturali o semi-naturali; con l’avvento della industria chimica (quando un certo giovane ricercatore di nome Perkins sbagliò a sintetizzare un farmaco antimalarico e creò il primo colorante sintetico, il malva, avviando una felice industria chimica…quando si dice, la ricerca!) i colori a disposizione sono diventati centinaia di migliaia. La crescita fu così esponenziale che divenne impossibile chiamarli con nomi tradizionali come “Rosso pompeiano”, “Rosso cinabro”, “Rosso ercolano” e così via: divenne necessaria persino una standardizzazione nella nomenclatura.

Conveniamo tutti quanto possa essere difficile distinguere ad occhio nudo un #FF7F50 rgb(255,127,80) e un #FF6347 rgb(255,99,71)? Sono entrambi arancioni, ma sicuramente due persone diverse lo percepiranno in modo differente e forse, per alcuni, non vi è neanche una vera e propria differenza tra le due tonalità.
Il colore è qualcosa di così incredibilmente legato alla nostra psiche che le sue sfumature sono utilizzate anche per convincerci a comprare qualcosa, oppure essi possono influenzare il nostro stato d’animo, suscitando emozioni più o meno positive (e gli arredatori di interni ne sanno bene a riguardo).

Se oggi il colore è ancora così importante nell’arte, nell’architettura e, semplicemente nella vita di tutti i giorni, immaginiamo quanto potesse esserlo ai tempi di Michelangelo e Raffaello, per esempio. Proviamo a pensare ad un’opera d’arte senza colore: impossibile. O meglio, possibile ma non ci piacerebbe poi così tanto.

Non sono pochi i casi in cui il colore di un’opera si perda, sbiadisca, si alteri e le motivazioni sono molteplici e complesse (luogo di conservazione, esposizione, parametri igrotermici, solo per citarne alcuni).
In parole molto povere, noi percepiamo un colore perché ci arriva la radiazione non assorbita da parte del pigmento mentre la restante parte dello spettro luminoso è assorbita dalla particella. Una delle maggiori cause di degrado di pigmenti e coloranti è proprio la loro capacità di assorbire la luce, poiché si innescano reazioni fotochimiche dipendenti anche dal substrato su cui il pigmento si trova, oltre alle varie interazioni con l’ambiente circostante.

La luce, quindi, è gioia e dolore del nostro pigmento: senza di essa non potrebbe essere colorato ma, allo stesso tempo, è la causa del suo degrado.
Opere d’arte che hanno subito variazioni cromatiche sono moltissime e la conservazione del colore in quanto tale è un grande cruccio. Ci sono i girasoli di Van Gogh, il Crocifisso di Cimabue nella Basilica di San Francesco di Assisi o il Giudizio Universale di Michelangelo. Su quest’ultimo, fortunatamente, la variazione cromatica dei colori, in particolare del blu del cielo, non è stata irrimediabile, ma si discusse in modo molto vivace su quanto fosse giusto o no ravvivare i colori mediante pulitura e quanto oltre la pulitura stessa dovesse spingersi.

Concludendo, le sfumature di colore sono infinite – non solo cinquanta – e riuscire a determinarle con esattezza è una grande sfida. Tuttavia, è proprio ciò che rende questo argomento così affascinante: sappiamo con certezza che vediamo il colore a causa di un meccanismo scientifico ben determinato ma la sua percezione, la sua sfumatura, è soggetta all’interpretazione di ognuno di noi.

Francesca Di Turo (http://researcheritage.blogspot.com.es/2017/04/linsostenibile-leggerezza-del-colore.html)



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Francesca Di Turo
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