Imprenditore tra arte e tecnologia

January 15 2020
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Intervista a Lorenzo Sassoli de Bianchi, fondatore di Valsoia ed esperto di arte contemporanea, racconta come tecnologia e arte favoriscano l’innovazione e formino le imprese e gli imprenditori.

Neurologo, imprenditore e con un master specializzato in Critica d’Arte conseguito all’UIA (Università dell’arte di Firenze), sotto la guida di Carlo Ludovico Ragghianti. È Lorenzo Sassoli de Bianchi fondatore della Valsoia nel 1990, azienda leader nell’alimentazione salutistica, quotata in Borsa dal 2006, oggi Presidente anche dell’UPA (Utenti Pubblicità Associati), l’associazione che rappresenta gli investitori italiani in pubblicità, e della Fondazione ICA Milano, istituto per le arti contemporanee, da lui fondata nel 2019. Una figura composita quella di Sassoli de Bianchi che, in occasione del suo intervento alla cena conviviale del Rotary Club Bologna del 14 gennaio, presso Circolo della Caccia di Bologna, organizzata dal presidente del club, Giovanni Camerini, ha parlato di “Etica e nuove estetiche della comunicazione”, un tema a lui caro, ma con risvolti che riguardano tutti, dall’imprenditore, all’artista.

Presidente, impresa e arte possono convivere ed essere terreno per il benessere sociale?
Assolutamente, non sono l’unico imprenditore che si interessa o si occupa di arte. A Bologna abbiamo esempi molto più importanti e prestigiosi di me, penso a Marino Golinelli, Isabella Seragnoli… persone che hanno costruito spazi dedicati alla ricerca artistica. Significa che cultura e imprenditoria vanno di pari passo, specialmente quando l’imprenditoria si dedica all’innovazione. L’arte è una lente che ci aiuta a campire lo spirito del nostro tempo e gli artisti solitamente anticipano i temi della società. È un aiuto per chi fa impresa, per arricchire la propria esperienza imprenditoriale.

Cosa pensa di chi trova l’arte contemporanea meno rappresentativa di quella classica?
Non sono d’accordo, oggi l’arte contemporanea desta un fortissimo interesse, basta pensare ad Arte Fiera. La prima fiera italiana dedicata all’arte contemporanea, la seconda, nel mondo, dopo Basilea, inaugurata due anni prima. Arte Fiera, fiera fa decine di migliaia di spettatori tutti gli anni, sintomo che c’è un interesse mondiale in crescita per l’arte contemporanea. Direi che l’attenzione per l’arte, rispetto a quello per l’arte classica o museale, potrebbe dirsi anche maggiore.

Lei è presidente della Fondazione ICA Milano, come descrive la sua esperienza umana e professionale in questa realtà?
Come ho detto, arricchisce, ma soprattutto ti fa immergere nei temi reali della società moderna. L’ICA, nello specifico, è peculiare, perché non è un semplice spazio espositivo, ma un vero e proprio polo culturale. Organizziamo una scuola di filosofia, proiezioni cinematografiche, mostre, dibattiti, incontri, presentazioni letterarie… è uno strumento di comprensione a tutto tondo che ritengo essere la finalità più importante.

Potremmo definirlo una nuova versione dei luoghi di aggregazione di una volta?
Più che luogo di aggregazione è uno spazio dove si entra in contatto con esperienze culturali variegate. Siamo articolati, oltre che sulle arti visive, anche su tutte quelle arti che nutrono il nostro spirito, la nostra interiorità, come filosofia e musica. L’ICA non è uno spazio ricreativo, ma un luogo di approfondimento guidato, tramite gli scambi con persone preparate e diverse, che ci consentono di toccare temi attuali, di ampio respiro. Idealmente le definirei delle moderne agorà greche, un esperimento abbastanza nuovo, se consideriamo che a Milano non esisteva nulla di simile, che già sta dando i suoi frutti. Nel primo anno abbiamo contato 11mila spettatori, specialmente giovani, che per un luogo piccolo e periferico come il nostro è un ottimo risultato.

A proposito di incontri e diversità, lei è stato tra i primi a interessarsi di arte contemporanea cinese. Come mai questo interesse?
Ritenevo che in una fase di grandi cambiamenti sociali ed economici, la Cina degli anni ’90 avrebbe espresso qualcosa di artisticamente intrigante. Sono andato in esplorazione e mi sono trovato davanti uno scenario di enorme interesse. La Cina si risvegliava, dopo anni di soffocamento culturale, dove gli artisti sperimentali si rieducavano nei campi di lavoro. La sera venivano aperte delle piccole mostre e la mattina dopo arrivava la polizia a chiuderle. Pensi che il mio secondo libro sull’arte cinese fu sequestrato alla frontiera e mai distribuito in Cina, perché c’erano delle immagini considerate offensive per la memoria di Mao Tse Tung. Eppure c’era un cambiamento in atto e l’arte li stava già anticipando. In Cina ho trovato molti artisti affascinanti, che attingevano a una vasta tradizione pittorica, molto più antica della nostra, profonda e diversa. Influenze zen, buddiste… è un mondo con una sensibilità e una spiritualità unica, con i suoi stilemi e le sue modalità di espressione. Quel che più mi colpì, al tempo, era la già forte contaminazione occidentale. La Cina si apriva, i giovani navigavano su internet, vedevano le nostre trasmissioni televisive, una combinazione unica che favoriva l’arte contemporanea, come poi è stato. Oggi gli artisti cinesi espongono in tutti i musei del mondo e sono riconosciuti come artisti importanti, perché partecipi di una contaminazione culturale importantissima.

Viste le sue molte esperienze, perché nel suo intervento al Circolo della Caccia parla di “Etica e nuove estetiche della comunicazione”?
Perché la comunicazione moderna sta inaugurando un vasto orizzonte che racchiude molte opportunità, ma anche delle sfide. È una riflessione sull’evoluzione della comunicazione e sulle sue conseguenze. Nel 2010 internet fu candidato al premio Nobel per la pace, una tecno-utopia che pensavamo avrebbe creato un mondo migliore: banda larga, posti di lavoro, crescita economica, accesso alle informazioni. Pensavamo che una maggiore comprensione avrebbe favorito la comunione umana rispetto alle divergenze, invece, dieci anni dopo, nonostante un utenza mondiale di internet in netta crescita, la percezione è cambiata. Ora sentiamo di doverci difendere, dalle AI che pensano per noi, dai social network che ci manipolano, dalla sorveglianza digitale... La tecnologia sembra aver perso la sua innocenza. In uno scenario simile non possiamo semplificare, schierandoci contro o a favore della tecnologia, dobbiamo capirla. Per questo ho deciso di esporre questo argomento ai rotariani, la nostra responsabilità è costruire un quadro etico nel mondo digitale, uno spazio comune da tutelare nell’interesse di tutti. Non parliamo di cose astratte, ma di dati: quali sono i nuovi strumenti, come si orientano le persone e quali regole mancano, sono tutti elementi che dobbiamo conoscere per capire il mondo digitale e responsabilizzarci al suo uso.

Ritiene che l’arte abbia un ruolo in tutto questo?
Sono convinto che l’innovazione tecnologica che stiamo vivendo sia un’ottima cosa, ma è una medaglia a due facce, uno strumento da cui dipendiamo, parte di un processo inarrestabile. Per questo ci servono delle regole, per non subirlo acriticamente. L’arte può contaminare positivamente la tecnologia, dando valori e messaggi positivi. A sua volta la tecnologia amplifica l’arte, la rende fruibile e aumenta la diffusione dei suoi temi, rendendo virali le idee e i cambiamenti. È già successo e certamente continuerà, rendendoci migliori e propensi al confronto.



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