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Le sfide globali dell'ICT italiana - Parte 2

Con una rapidità crescente l'ICT italiano si scontra con le nuove sfide globali: delocalizzazione, outsourcing, migrazione delle competenze. Lo scenario, i rischi, le possibili soluzioni.

Le sfide globali dell'ICT italiana - Parte 2

La nuova guerra delle competenze umane

Lo scenario “apocalittico” purtroppo non si ferma qui: il problema non è soltanto la “migrazione” dei servizi all'estero, ma soprattutto il futuro di quei professionisti che, in patria, si ritrovano senza un lavoro. Negli Stati Uniti, colpiti massicciamente da questa delocalizzazione, i tecnici locali stanno spendendo energie e denaro per specializzarsi sempre di più, riuscendo spesso a reintegrarsi in maniera proficua nel mercato del lavoro.
L'atteggiamento è sano: non potendo evitare la concorrenza agguerrita delle “teste” straniere, si cerca di sfruttare il vantaggio accumulato per elevare la propria competenza e tornare ad essere competitivo nel mercato del lavoro. Non è un caso che siti web di recruiting specializzato nel settore ICT come www.dice.com e www.linkedin.com (mi trovate qui ) stiano riscontrando un enorme successo, segno che i protagonisti del settore ICT si affannano per rimanere al passo coi tempi.

In Italia, invece, si assiste ad un fenomeno di stagnazione davvero deprimente: l'unica vera reazione di cui sono capaci, loro malgrado, i professionisti nostrani, è la fuga verso paesi in grado di apprezzare economicamente le loro competenze. Il risultato, nel medio e lungo termine, sarà un graduale impoverimento delle elevate professionalità residenti in Italia. Le conseguenze dovrebbero essere nefaste per l'intera economia, a mio modo di vedere.


La virtualizzazione

Un'altra minaccia si cela dietro un aspetto tecnico molto specifico: la virtualizzazione. A partire dalle corporation produttrici di hardware (Intel in testa) fino alle grandi aziende di software, tutti stanno fortemente puntando sulla virtualizzazione di... tutto. Il primo passo consiste nello spostare la potenza di calcolo e la capacità di storage dai terminali degli utenti verso i server centrali dell'azienda, incrementando al contempo la banda (e fin qui, nessun pericolo).
Il passo successivo (già in atto negli Stati Uniti e UK in maniera massiccia) è quello di spostare i server e i dati direttamente in remoto, permettendo una riduzione dei costi e una migliore affidabilità. E' facile indovinare quali saranno i luoghi privilegiati che ospiteranno queste “service farm”: luoghi con manodopera a basso costo, energia a basso costo, terreni a basso costo, banda larga economica ed affidabile, legislazione semplice. In poche parole: NON in Italia. Tanto per dare una cifra: in India si stendono già 15 volte le fibre ottiche che si stendono qui da noi.

La stessa Italia, da questo punto di vista, verrà bastonata due volte: primo, perchè le aziende nostrane adotteranno con notevoli ritardi la “virtualizzazione” dei servizi informatici (anche per colpa della stessa legislazione), perdendo in competitività rispetto alle concorrenti internazionali; secondo, perchè quando verranno virtualizzati i servizi, il settore ICT risentirà pesantemente delle perdite in termini di impieghi lavorativi e salari corrispondenti.
In un certo senso, quindi, le prime a subire saranno le aziende in generale, i secondi saranno gli stessi professionisti dell'ICT.


Le possibili soluzioni

Non ho certo le capacità o i dati per fare una previsione ragionevole, ma di certo mi sento di dire che gli scenari da me dipinti diverranno realtà entro i prossimi anni.

Il singolo professionista, o la piccola azienda, può difendersi da queste minacce investendo molto nella propria formazione, nella specializzazione, nel rendere le proprie attività non solo remunerative, ma anche il più possibile professionalizzanti. Nel valutare un possibile impiego ho sempre considerato discriminante lo stipendio (ovviamente), ma anche il “ritorno” specialistico che ne deriva. In parole povere, un impiego deve pagarmi, ma deve anche farmi crescere professionalmente, altrimenti sono destinato a “soccombere” prima o poi alle competenze di qualcun altro, italiano o straniero che sia.

Facendo invece un discorso più globale, credo che una vera svolta potrebbe essere data dal governo, che per decenni ha dato un ingiusto assistenzialismo a Fiat, Alitalia, e recentemente alle squadre di calcio, dimenticandosi di favorire in maniera corretta le punte di diamante della nostra economia. Esistevano Olivetti, Finsiel, e molte altre “eccellenze” nel panorama informatico passato, di cui oggi rimangono solo le ombre.

Non serve chissà quale fantasia per prendere spunto dalle “ricette” estere: in molti casi bastano dei semplici stimoli per far decollare un settore economico dove esistono già grandi competenze. La stessa disponibilità di banda larga, tanto per fare un esempio, è uno dei fertilizzanti migliori, assieme al potenziamento dell'istruzione pubblica.

Il settore ICT è invece oggi relegato in ruoli di secondo piano: tanto per dare un esempio, il fantomatico portale per il turismo italiano www.italia.it lanciato dal Ministro Stanca è tuttora in fase di realizzazione, e nel frattempo la Cina ci ha superato come mèta turistica internazionale.

Non sono certo queste le risposte alle sfide globali dell'ICT. Mi auguro che si possa presto vedere qualcosa di più concreto.

In alternativa, quella parte di aziende che sarà capace di delocalizzare con successo alcune sue attività all'estero, potrà continuare a mantenere un livello competitivo adeguato... a discapito, ovviamente, dei lavoratori italiani.

BIBLIOGRAFIA e WEBOGRAFIA
G. Attardi. “Comunicazioni alla Commissione Open Source”, Marzo 2003
F. Rampini, “L'impero di Cindia”, 2006
A. Saith, M. Vijayabaskar, “ICTs and Indian Economic Development: Economy, Work, Regulation”, 2005 http://www.innovazione.gov.it/ita/normativa/allegati/indagine_os/5_4.shtml

 

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Pubblicato il: 12/09/2006

AUTORE TESTO
Simone Brunozzi
http://simpler.wordpress.com/


 
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