Google ed il monopolio dell’informazione: analisi di un motore di ricerca
Sono infinite le discussioni che questo motore di ricerca sta generando, da tutti i punti di vista, rendendoci spesso inobiettivi e googleofili per il solo gusto di esserlo. Ormai che tu legga un giornale, accenda la TV, o vada su internet, Google è sempre lì. Non solo...
 Sono infinite le discussioni che questo motore di ricerca sta generando, da tutti
i punti di vista, rendendoci spesso inobiettivi e googleofili per il solo gusto
di esserlo. Ormai che tu legga un giornale, accenda la TV, o vada su internet,
Google è sempre lì. Non solo. Google è diventato un verbo,
“to google” (almeno nello slang americano) sinonimo di ricerca e di
motore di ricerca (il più grande del mondo) citato e definito da vocabolari
ed enciclopedie di tutto rispetto, e questo basta a spiegare quanto penetrante
sia la sua presenza nelle nostre vite.
Credo che la ragione, il comune denominatore di tutto ciò, sia che Sergey
Brin e Larry Page, 2 ragazzi ora poco più che trentenni, stanno rivoluzionando
(se già non lo hanno fatto) l’informazione su scala mondiale ed il
modo in cui questa vada concepita. E non accennano a fermarsi, in fondo perché
dovrebbero farlo? Hanno iniziato in due con un “piccolo” motore di
ricerca all’università di Stanford, arrivando ad avere oggi circa
4.200 dipendenti in tutto il mondo, oltre 100.000 server per gestire praticamente
tutte le pagine web esistenti sul pianeta (per la cronaca abbiamo superato quota
8 miliardi di pagine), oltre al fatto che l’80% delle ricerche fatte online
vengono fatte attraverso i suoi 100 ed oltre domini nazionali
Partiamo dalla Google
mission, oserei dire il loro manifesto programmatico:
“La missione di Google è organizzare le informazioni a livello
mondiale e renderle universalmente accessibili e fruibili”.
Affascinante senza dubbio, d'altronde un obiettivo di tale ambizione e portata
non poteva che provenire da una nazione che ritiene che tutto sia possibile, e
che qualunque problema possa e debba essere superato, non importa a quale costo.
Ma che vuol dire nello specifico ve lo chiedete mai? E a quale prezzo questo potrebbe
avvenire? E la nostra privacy? Basta pensare che Google, sia attraverso la sua
interfaccia di ricerca che attraverso la sua toolbar, acquisisce informazioni
sul nostro utilizzo del web (fonte http://www.google.it/intl/it/privacy.html:
Google non raccoglie informazioni che permettano di identificare l'utente (come
il nome e l'indirizzo di posta elettronica) a meno che non sia l'utente a fornirle
esplicitamente. Google acquisisce e salva informazioni quali l'ora del giorno,
il tipo di browser, la lingua utilizzata dal browser e l'indirizzo IP per ciascuna
richiesta ricevuta. Tali informazioni vengono confrontate con i record a disposizione
di Google e servono a fornire servizi più mirati agli utenti. Ad esempio,
Google può utilizzare l'indirizzo IP o la lingua del browser per stabilire
quale lingua utilizzare per la visualizzazione dei risultati delle ricerche e
degli annunci pubblicitari)
Inoltre come molti sanno, è diventato anche un Registrar, anche se non
consente la registrazione di domini, almeno per ora. Ciò vale a dire che,
comunque sia, ha accesso a tutte le informazioni che riguardano la vita dei siti
web su scala mondiale (fatevi 2 conti), e grazie anche a queste informazioni (almeno
a detta sua) può rendere migliore e più affidabile per il navigatore
l’esperienza online, in modo da poter combattere più efficacemente
lo spam, terribile piaga del mondo virtuale. A tal proposito, leggevo ieri una
curiosa statistica secondo cui almeno la metà dei blog ospitati da Blogger
(società acquistata di recente da Google) sarebbe in mano agli spammer.
Tornando al loro manifesto programmatico, sembrerebbe un concetto talmente democratico
da non poter destare timori o sospetti. Eppure non è così. La missione
del Googleplex non ha precedenti nella storia dell’uomo, e vale da sola
a giustificare le paure che ne seguono, forse proprio per la mancanza di un “precedente”.
Ci sono schiere di governi in tutto il mondo che stanno cominciando a tremare
pensando al tanto folle quanto ambizioso servizio Google
Print, (altro che biblioteca di Alessandria) applicazione online di imperialismo
culturale a matrice americana. Non sapete ancora che cos’è? Un americano
ti risponderebbe: “Well, just google it”…
In breve il progetto, che coinvolge editori, biblioteche ed università
prestigiose, consiste nella digitalizzazione e messa online di milioni di libri,
per un totale di miliardi di pagine. Meno male che è intervenuto il copyright,
giusto in tempo, a frenare un processo quantomeno frettoloso. Già il fatto
che per accedere a tutta questa mole di informazioni ci sia bisogno di connessioni
internet o di un cellulare limita e rende meno democratica la sua accezione di
universalità. Qualche miliardo di persone ad oggi non ha acqua potabile,
figuriamoci se puo’ accedere ad internet. Comunque sicuramente Google print
è un progetto interessante, e chi lo nega? Fa sorridere pensare che un
progetto di questa natura sia stato promosso e dovrebbe essere gestito da un paese
che, con tutto il dovuto rispetto, di cultura, intesa in senso ampio ne sa ben
poco (forse è più corretto parlare di nozionismo).
Ma la ricerca continua anche tramite cellulare, ed ecco qui spuntare Google
Mobile, tramite cui puoi accedere a quasi qualunque informazione che il noto
motore abbia da offrire. Interessante, sicuramente un servizio utile, che si andrà
rafforzando anche grazie alla recente acquisizione di Android (società
specializzata nella realizzazione di software per disposivi mobili, ma rispetto
alla quale nulla di più è dato sapere) da parte del colosso californiano.
Tornando alla privacy, lettori tremate: Google può decidere di divulgare
le informazioni personali degli utenti alle società che utilizzano Google
a scopo pubblicitario, ai partner commerciali, agli sponsor ed altri. (fonte http://www.google.it/intl/it/privacy.html)
E poi ci sono le mappe, quasi dimenticavo. Consiglio a chiunque non lo abbia ancora
fatto, di farsi un giro del pianeta visto dai satelliti. Il servizio online si
chiama Google
Maps e permetterà gratuitamente di vedere in modo dettagliato praticamente
qualunque città o luogo del globo. Analoga funzione svolge poi Google
Earth, realizzato sulle impronte del software della Keyhole (ennesima
società acquisita). Non parliamo poi dei problemi di sicurezza che taluni
hanno sollevato in merito alla libera fruizione di un prodotto del genere e alle
conseguenze che essa genera. Tralasciamo anche la mancanza di concorrenza che
si respira nella Silicon Valley, (tra le altre acquisizioni vale la pena di segnalarvi
anche quella della brasiliana Akwan
Information Technologies, società specializzata nello sviluppo di sistemi
di ricerca delle informazioni, e l’acquisto del 2% di Baidu, il primo
motore di ricerca in Cina. Vi ricordo che i cinesi sono oltre 1 miliardo) dove
le società che si trovano sulla rotta di interessi economici del Googleplex
vengono direttamente acquisite, senza mezzi termini, e quelle che non riescono
a stargli dietro (e chi ci riuscirebbe, considerando che anche Yahoo! e Microsoft
faticano nell’intento) chiudono direttamente bottega (beata concorrenza),
altre ancora direttamente rinunciano ad aprire. Potrei continuare all’infinito,
ma penso che sia palese che di imperialismo e monopolio incontrollabile dell’informazione
si possa parlare quando questi 2 concetti vengono associati a quel numero
seguito da cento zeri.
Notizia di ieri comunicata dal CEO Eric Schmidt che desta un po’
di sconcerto: Google distruggerà tutta l’informazione che non
riuscirà ad indicizzare.
Siamo ancora tanto sicuri che sia giusto che un gruppo di ragazzi decida quello
che dobbiamo sapere, oltre al come e al dove? In fondo ha ragione Sergey Brin,
nel dire che se le cose vi stanno bene così tanto meglio, altrimenti un
altro motore di ricerca è sempre a portata di click.
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Pubblicato il: 25/09/2005
AUTORE TESTO
Jacopo Gonzales
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