Registrar spamming: percezione o realtà?
Questo articolo nasce dalla necessità di trattare, sotto una luce diversa, un tema dai più conosciuto: lo spam, o meglio ciò che l’utente puo’ percepire come tale, ogni qualvolta viene mal guidato.
Questo
articolo nasce dalla necessità di trattare, sotto una luce diversa, un
tema dai più conosciuto: lo spam, o meglio ciò che l’utente
puo’ percepire come tale, ogni qualvolta viene mal guidato.
Partiamo da un concetto di base: quando l’utente naviga in internet è
a caccia dei suoi contenuti, riflesso dei suoi desideri. La bravura dei marketer
sta nel riuscire a soddisfare quel desiderio in quello specifico momento, offrendo
al consumatore ciò che egli cerca, sia che egli sia arrivato a noi attraverso
un link o tramite uno dei tanti motori di ricerca a disposizione, sia che abbia
digitato il nostro indirizzo nella barra delle Url. Il concetto non cambia.
Forse molti di voi ignorano alcuni servizi che i big del contextual advertising
hanno pensato per far guadagnare i Registrar di siti internet (eh già
proprio quelli cui vi rivolgete voi) che hanno a disposizione un notevole quantita
di domini parcheggiati. Cosa sono? Beh i c.d. parked
domains sono in sostanza tutti quei domini che vengono acquistati da un utente
(pagando) e che in attesa di essere utilizzati al meglio dal legittimo proprietario,
vengono sfruttati economicamente dal registrar-publisher, che in breve si arricchisce
sulla vostra inerzia. Come? Semplicemente aderendo ad uno dei vari servizi disponibili
in rete come ad esempio: Google
AdSense for domains.
Approfondiamo un attimo il concetto di contextual advertising che trova la
sua applicazione pratica quando determinati tipi di pubblicità vengono
mostrati all’utente dinamicamente ed in modo automatico, basandosi sul content
di una pagina, ossia sull’argomento che quella pagina tratta. Per fare un
esempio pratico: se voi navigatori vi trovate su una pagina che parla di viaggi,
il tipo di advertising che verrà visualizzato seguirà il content
e quindi vedrete con tutta probabilità pubblicità relativa a vacanze,
offerte last minute su voli aerei o su pacchetti turistici. Questo perché
il software che gestisce il funzionamento degli ads riconosce piu’ o meno
correttamente il contenuto trattato.
Il problema nasce qui, ossia nel momento in cui per portare pubblicità
mirata sui gusti dell’utente viene a mancare la base di sostegno, ossia
il content.
In questo caso, pur di bombardare il navigatore e sperare in un suo click su uno
sponsored listing (che fa guadagnare il registrar-publisher grazie al vostro
dominio), il software che gestisce la pubblicità ha solo un elemento su
cui basarsi per targettizzare l’advertising: l’url del sito. Mi pare
un po’ pochino!
Considerazioni personali a parte, in questo particolare caso il software si basa
su elementi semantici (e non lessicali, come di solito avviene con Adsense,
Adwords
et similia), vale a dire su elementi che valutano il significato delle parole
contenute nel nome del dominio.
Il grosso limite di questo sistema semantico (che siamo ben lontani dal realizzare)
sta proprio nel fatto che dovrebbe proporre un risultato profilato sulla necessità
dell’utente, sulla base di un unico parametro, peraltro assolutamente variabile,
con il rischio più reale che virtuale di danneggiare l’utente forzando
la mano con sistemi che mal funzionano, almeno per ora.
Immaginate ad esempio che il nome di dominio non abbia alcun significato. Cosa
si troverebbe a visualizzare l’utente? Come si comporterebbe a questo punto
il sistema di advertising semantico? E poi perché dovrebbe essere il Registrar
a guadagnarci in tutto questo, nonostante il dominio sia registrato e quindi di
proprietà di un altro soggetto?
Con tutta probabilità mostrerebbe qualche sponsored listing che non
ha nessuna attinenza con ciò che il navigatore internet sta cercando. Le
conseguenze?
Di tutto rilievo, in quanto il navigatore Internet si trova di fronte a ciò
che non cerca, a ciò che non vuole, vedendo inoltre fortemente deluse le
sue aspettative, per non parlare poi del danno che ricevono più o meno
direttamente tutti quegli advertiser che pagano per utilizzare gli annunci sponsorizzati,
legati come sono ad un meccanismo di impression/cpc/performance ed inseriti
in un circuito semantico che non puo’ funzionare tecnicamente in un discorso
di dinamiche forzate.
Il rischio che si viene a presentare con questo tipo di advertising semantico
su larga scala (attualmente Google da solo gestisce piu’ di 3 milioni di
parked domains) è la percezione che gli utenti ne hanno. Si è ormai
talmente insofferenti allo spam che anche le newsletter sottoscritte volontariamente
sono percepite come indesiderate se anche appena non combaciano con gli interessi
degli utenti. Di questo passo, tutto diventa spam. Un pericolo molto grave, la
cui soluzione a mio avviso è ben lontana dall’essere ritrovata nel
semantic advertising, ma un buon punto di partenza può essere individuato
partendo dal massimo rispetto degli utenti.
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Pubblicato il: 19/09/2005
AUTORE TESTO
Jacopo Gonzales
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